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Lui & Lei

L’ultimo bacio


di Membro VIP di Annunci69.it Adam82209
29.05.2026    |    1.474    |    1 9.3
"Alla reception mi informano che la signora ha già pagato tutto e ha lasciato una busta per me..."
La sveglia suona alle sette, come sempre: barba, doccia e caffè. Mentre aspetto che la moka mi regali la prima dose di caffeina della giornata, scorro le mail e controllo l’agenda per vedere se ci sono impegni particolari. Quando il caffè è pronto e sto versandolo nella tazzina, arriva un messaggio. Con la coda dell’occhio noto che il numero non è tra i miei contatti.

Può aspettare.

Finisco di fare colazione, mi preparo e scendo in strada. Mentre aspetto che il ghiaccio sul parabrezza si sciolga, apro finalmente il messaggio.

«Ti ho trovato finalmente.»

Rimango a fissare lo schermo per qualche istante, poi rispondo con un semplice:

«Chi sei?»

La risposta arriva pochi minuti dopo.

«Non sono né un nemico né un amico.»

Lì per lì non faccio caso a quella frase. A dire il vero, non rispondo nemmeno. Non avevo voglia di perdere tempo con uno sconosciuto e non ho mai amato gli enigmi.

All’ora di pranzo arriva un altro messaggio.

«Sei sempre lo stesso, anche a distanza di anni: diffidente e un po’ stronzo. Facciamo così: perché non ne parliamo di persona? Anzi, visto che adesso porti pure gli occhiali, facciamo alle 18 in via XXX, al bar XXX. È in centro, pieno di gente, quindi non puoi pensare male. E poi ti viene pure di strada tornando a casa.»

Ecco il matto del giorno.

Eppure, sotto sotto, la curiosità inizia a farsi sentire. Rispondo con un semplice «ok» e torno alla mia routine.

Alle 17:45 sono già nei pressi del bar indicato. Faccio un rapido giro d’ispezione, osservando i volti delle persone che mi passano accanto nella speranza di riconoscerne uno. Niente.

Mi siedo a un tavolino da cui posso controllare ingressi e uscite, ordino un caffè e aspetto.

Alle diciotto in punto una figura si ferma davanti a me. Cappotto con cappuccio e scaldacollo tirato fin sopra la bocca.

«Stai invecchiando male, tesoro.»

La voce mi provoca un mezzo infarto, che diventa completo quando abbassa il cappuccio e si sfila lo scaldacollo.

Per qualche secondo resto senza parole.

Mi alzo di scatto e l’abbraccio.

«Non ci credo… Ivy, porca puttana, sei davvero tu?»

La osservo attentamente. In quindici anni sembra cambiata pochissimo. Il fisico è ancora atletico e armonioso e, a parte qualche lieve ruga attorno agli occhi, sembra arrivata direttamente dal 2008.

Si siede di fronte a me e, dopo aver ordinato un caffè, iniziamo a raccontarci le nostre vite.

Con sollievo scopro che la sua famiglia è ancora unita, al contrario della mia.

A un certo punto scuote la testa e sorride.

«Comunque ti sei proprio rimbambito. Quando ti ho scritto dovevi capirlo subito che ero io. “Non sono né un nemico né un amico”. Dai, era facilissimo.»

Ride.

«Comunque… ti ricordi che giorno è domani?»

Ci penso un momento.

«Sì… è… era il nostro anniversario.»

«Esatto. Allora non sei del tutto rincoglionito. Che ne dici di passarlo insieme? Poi ognuno tornerà alla propria vita.»

Ed era proprio quello il problema.

Dopo tutti quegli anni, il sentimento non era mai sparito davvero. Una serie di eventi ci aveva separati, lasciando in entrambi un vuoto che nessun altro era riuscito a colmare.

Per un istante penso di rifiutare.

Poi capisco che non me lo perdonerei mai.

«Con immenso piacere.»

Usciamo dal bar e raggiungiamo la macchina. Mi chiede di accompagnarla in albergo per prendere una cosa e, una volta arrivati, mi invita a seguirla.

La stanza assomiglia più a un appartamento che a una normale camera d’albergo.

«Aspettami qui. Vado a prepararmi per la cena.»

Torna circa mezz’ora dopo.

È bellissima.

Come sempre.

«Tocca a te adesso. Vai a fare una doccia.»

In camera da letto trovo una busta con il mio nome. Dentro c’è un completo elegante e un biglietto.

«Spero che in questi anni non ti sia allargato troppo. Lavati, vestiti e torna da me.»

Entro sotto l’acqua calda sperando che tutto quello che sta succedendo non sia un sogno.

Quando esco e torno da lei, mi accoglie con un sorriso.

«Vestito così hai quasi un aspetto umano.»

«Grazie, ET.»

Mi avvicino. Siamo a pochi centimetri l’uno dall’altra.

Per un attimo ho la tentazione di baciarla.

Anche lei sembra avvicinarsi, ma si ferma.

«Il tuo odore non è cambiato per niente…» sussurra.

Poi sorride.

«Ogni cosa a suo tempo. Andiamo, ho prenotato per le otto.»

La cena si svolge nel ristorante dell’albergo.

Pesce, vino e conversazioni che sembrano non dover finire mai.

A un certo punto la guardo negli occhi. Quegli occhi verdi che mi hanno fatto perdere la testa fin da bambino.

«Sei felice?»

Lei abbassa lo sguardo.

«In questo momento sono la persona più felice del mondo.»

«Non è quello che ti ho chiesto.»

Mi sorride.

«E tu?»

La guardo senza abbassare gli occhi.

«No.»

Per qualche secondo nessuno dei due parla.

Poi lei sospira.

«Fra… non roviniamo questo momento.»

Abbiamo entrambi gli occhi lucidi.

Il cameriere arriva a riempire i calici, spezzando quell’attimo sospeso.

Brindiamo.

Parliamo di tutto e di niente, recuperando quindici anni di distanza.

Quando torniamo in camera, il tempo sembra rallentare.

Ci teniamo per mano.

Ci fermiamo sulla soglia.

E finalmente ci baciamo.

Un bacio che contiene anni di nostalgia, rimpianti, desideri mai sopiti e parole mai dette.

Il resto della notte scorre tra abbracci, risate, ricordi e quella complicità che il tempo non era riuscito a cancellare.

Sdraiati nel letto, con due bicchieri di vino tra le mani, torniamo a essere i ragazzi che eravamo stati.

«Stai perdendo i capelli» osserva passandomi una mano tra i capelli. «E qualcuno è pure bianco.»

«Grazie per la delicatezza.»

«Prego.»

Ridiamo.

Per ore.

Parliamo delle nostre vite, delle persone che siamo diventati e di quelle che avremmo potuto essere.

A un certo punto rimaniamo in silenzio.

Lei appoggia la testa sul mio petto.

Io le accarezzo i capelli.

«Ivy… io ti…»

Le parole mi muoiono in gola.

Lei resta immobile.

Poi sussurra:

«Fra… anche io.»

Non serve aggiungere altro.

Più tardi mi alzo per fumare una sigaretta vicino alla finestra.

Quando mi volto, la vedo addormentata.

Dorme esattamente come quando aveva diciott’anni: storta, con la mano sotto la guancia e le gambe raccolte.

Sorrido.

Alcune cose non cambiano mai.

Torno a letto e mi addormento accanto a lei.

La luce del mattino mi sveglia insieme al solito dolore alla schiena.

Allungo una mano.

Il letto è vuoto.

Penso sia in bagno.

Poi passano dieci minuti.

Venti.

Mi alzo.

La stanza è silenziosa.

Il bagno è vuoto.

Anche il soggiorno.

Solo allora noto che il trolley non c’è più.

Ivy se n’è andata.

Provo a chiamarla.

Telefono spento.

Mi faccio una doccia, mi rivesto e scendo con un nodo allo stomaco.

Alla reception mi informano che la signora ha già pagato tutto e ha lasciato una busta per me.

La apro.

Dentro c’è una lettera.

«Buongiorno, zuccone.

Lo so, sono scappata come una ladra, ma è meglio così. Evitiamo saluti troppo dolorosi per entrambi.

Fra, rivederti è stato bellissimo.

Ed è stato ancora più bello scoprire che, dopo tutti questi anni, non sei cambiato poi così tanto.

Sei sempre il dolce figlio di una grandissima puttana che conoscevo da bambina. Quello che prenderei a sberle per dirgli quanto gli vuole bene, ma che, se fosse necessario, porterei sulle spalle fino alla luna.

Spero di rivederti ancora.

Ivy
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